Dai responsabili del sovraffollamento, un appello al ministro Bonafede

Per palesare il conflitto interno all’amministrazione della Giustizia crediamo interessante pubblicare questa lettera scritta dai giudici di sorveglianza di Brescia e Milano in cui chiedono di concedere una immediata detenzione domiciliare per chi deve scontare meno di 4 anni e riduzioni di pena, senza passare dal vaglio della sorveglianza, perché “gli istituti della regione stanno scoppiando: il rischio di contagio è altissimo e si potrebbero scatenare nuove rivolte”. Ovviamente, nonostante a parlare sia chi ha contribuito fortemente a determinare lo stato di sovraffollamento attuale, le orecchie di Bonafede e Basentini rimangono sorde.


Al Ministro della Giustizia
On.le Alfonso Bonafede

Al Sig.Capo del DAP
dott.Francesco Basentini


Al Sig.Provveditore Regionale
dell’Amministrazione Peniternziaria
Dott.Pietro Buffa


Oggetto: segnalazione al Ministro della Giustizia ex art.69,
l.354/1975 della gravissima situazione degli istituti penitenziari
della Lombardia a seguito dell’emergenza derivante dalla
diffusione del contagio da COVID-19


In relazione alla nota situazione della diffusione del virus Covid 19
all’interno della Regione Lombardia, delle gravissime problematiche
che tale diffusione, purtroppo nota sin dal 21.2.2020, ha creato
presso l’intera popolazione, con specifico riferimento alle strutture
penitenziarie della stessa Regione, e facendo seguito alla
corrispondenza inviataLe sin dall’inizio del diffondersi della
pandemia, che dava conto della gravità della situazione interna agli
istituti, anche attraverso la rappresentazione dei provvedimenti che
sono stati assunti al riguardo, Le rappresentiamo quanto segue.
Gli istituti penitenziari versano in situazione di gravissimo collasso.
Nonostante il massimo impegno del Provveditore Regionale, delle
Direzioni degli Istituti, dei Comandanti della Polizia e degli agenti di
Polizia Penitenziaria, che si possono definire tutti eroi
dell’emergenza che stiamo vivendo, la diffusione del virus all’interno
degli istituti costituisce una situazione altamente depotenziante la
possibilità di controllo degli stessi.
I gravissimi episodi di rivolta, sinora assolutamente contenuti,
potrebbero crescere senza possibilità di contenimento.
In Lombardia e ben prima del resto d’Italia sono stati adottati, come
Ella sa per averglieli trasmessi sin dal palesarsi della pandemia, i
provvedimenti di restrizione delle uscite in esecuzione delle
semilibertà, dei programmi di trattamento ex art.21 O.P., dei
permessi-premio.
I pericoli di contagio sono tuttavia costantemente presenti e
attualmente stanno producendo i loro tragici frutti, a causa della
diffusione del morbo e dei dati che sono rassegnati quotidianamente
anche alla Sua attenzione.
Abbiamo costituito sul territorio un gruppo di lavoro al nostro interno
e profuso massimo impegno per incentivare la decisione di misure
alternative per alleggerire la pressione delle presenze non
necessarie del carcere che, mai come in questo periodo va
ricordato, costituisce l’extrema ratio, nel sistema dell’esecuzione
penale. Le decisioni che pur sollecitamente possono essere
adottate, se si devono confrontare con il rispetto di una normativa
prevista per i tempi ordinari, richiedono una tempistica non adeguata
alla situazione di assoluta emergenza che la Lombardia sta vivendo.
Si consideri che da due settimane in più rispetto al resto d’Italia la
Lombardia, tramite i suoi rappresentanti istituzionali, vive questa
emergenza, mentre altrove e fortunatamente gli indici di diffusione
del morbo sono ancora molto più bassi.
Gli agenti della Polizia Penitenziaria sono allo spasimo, sfiniti da
turni senza riposo ed esposti al rischio di contagio, là dove non già e
consistentemente colpiti dalla malattia.Gli UEPE sono in parte chiusi
e ridotti all’osso; le aree trattamentali in alcune zone sono decimate.
I nostri Uffici giudiziari, nei quali abbiamo dovuto provvedere ad
adattare l’organizzazione alla tutela della salute ai lavoratori –
magistrati e personale amministrativo – che ivi operano, sono
collassati nello sforzo di provvedere alla gestione delle udienze con i
detenuti ed è prevedibile/verosimile attendersi che neppure i soli
presidi d’urgenza potranno sopravvivere nel breve termine. I
Tribunali di Sorveglianza di Milano e Brescia si sono adoperati sin
da subito, ossia sin dalla penultima settimana del mese di febbraio,
per tenere le udienze con detenuti via skype, proprio per evitare il
pericolo di contagio insito nelle traduzioni.
La presente segnalazione, nel rassegnare una situazione che vede
la responsabilità istituzionale sulla tutela della salute nel carcere
quale focolaio di possibili infezioni, ingestibile nel momento in cui il
virus si dovesse diffondere con l’intensità che si registra nella
regione Lombardia, necessita di immediata attenzione. Gli enormi
sforzi fatti fino ad ora e ad Ella rappresentati, devono adesso essere
orientati a provvedimenti che consentano immediatamente di
alleggerire le presenze del carcere.
La nota situazione del sovraffollamento carcerario, fenomeno
endemico in tutto il territorio nazionale, è particolarmente sentita e
presente negli istituti penitenziari della Lombardia.
Nell’ambito quindi del nostro dovere di vigilanza sull’organizzazione
degli istituti di prevenzione e pena del territorio, Le prospettiamo una
situazione emergenziale mai vista prima.
Il sovraffollamento impedisce che vengano adottate le misure
precauzionali che a tutta la popolazione non detenuta si
raccomandano e rischia di acuire nuovamente tensioni intollerabili.
Non sono naturalmente giustificate né giustificabili le rivolte che si
sono verificate e che hanno viste direttamente impegnate anche le
sottoscritte nella gestione delle trattative al fine di ricondurre alla
calma i rivoltosi.
Occorre però considerare che non tutta la popolazione
detentiva ha partecipato alle rivolte. Il dato infatti è che sui 19
istituti penitenziari della Lombardia (13 nel Distretto di Milano e 6 a
Brescia) hanno aderito alla rivolta 4 istituti e cioè Cremona nel
Distretto di Brescia e Milano San Vittore, Milano Opera e Pavia nel
Distretto di Milano. In particolare, la rivolta ha riguardato 1270
detenuti su un totale di 8.500 detenuti circa.
Peraltro l’approccio trattamentale non è risultato inficiato da
partecipazioni legate a persone arrestate o comunque ancora non
avviate a percorsi trattamentali, il cui valore e la cui forza non sono
ancora una volta messi in discussione. Per esempio, la rivolta di San
Vittore ha riguardato i soggetti appartenenti al III Reparto, al II-III-IV
Piano, ove si trovano soggetti arrestati e comunque persone in
attesa di primo giudizio.
Al contrario, i reparti ove il trattamento è in corso, non hanno
registrato episodi di violenza ed anzi, è stata manifestata
dissociazione e dissuasione verso i rivoltosi.
Nel caso di Opera, per esempio, su 1400 detenuti hanno preso parte
alla rivolta meno di 250 detenuti; i restanti 1150, facenti parte di
Sezioni di Alta Sicurezza e di Reparti con detenuti ordinari a
trattamento avanzato e in regime aperto, non hanno avuto neanche
bisogno di messa in sicurezza in quanto hanno manifestato un
comportamento responsabile di espressa non adesione alla rivolta.
Se fosse stato diversamente esteso il fenomeno rivoltoso, forse non
ci sarebbero più le carceri così coinvolte.
Le rappresentiamo quindi la necessità di deflazionare i reparti con
forti interventi normativi e di immediata applicabilità.
La Magistratura di Sorveglianza è preposta alla tutela delle
condizioni di salute della popolazione detenuta e con questa nota si
fa carico nuovamente di segnalare la prioritaria esigenza di
assicurare il rispetto del diritto alla salute, in un momento nel quale
la proiezione del pericolo di diffusione del contagio è un dato, oltre
che assolutamente ragionevole, purtroppo prevedibile.
Le rappresentiamo, nell’ottica del dovere di prospettazione, le
esigenze dei vari servizi e l’attenzione al trattamento rieducativo,
peraltro condivisibilmente sospeso nella sua maggior parte, in
ragione del pericolo di diffusione del virus.
In tale contesto appare quindi indispensabile prevedere disposizioni
di agile applicazione, come il momento richiede.
Si consideri che gli istituti penitenziari non potranno permettersi i
piantonamenti in ospedale dei detenuti che a causa della diffusione
del virus dovessero essere intubati o comunque sottoposti a cure
non praticabili all’interno del carcere, carente anche di spazi di
isolamento.
Veniamo quindi a chiederLe di valutare provvedimenti normativi di
immediata applicazione e che non richiedano il vaglio della
Magistratura di Sorveglianza che già ora, per le condizioni dei
propri uffici, non sarebbe in grado di potervi provvedere
, quali:

  • Una previsione di una normativa di immediata applicabilità che
    disponga la sottoposizione a una detenzione domiciliare speciale
    per coloro che hanno pena anche residua inferiore ai 4 anni e con
    accompagnamento della Polizia Penitenziaria al domicilio per la
    contestuale verifica dell’idoneità del domicilio stesso. Si precisa che,
    come è noto alla S.V., la percentuale di detenuti con pene brevi e
    medio-brevi è elevatissima e potrebbe costituire la base per un
    intervento immediato e significativo, mirato come deve essere;
  • Uno sconto di pena di 75 giorni in assenza di rilievi disciplinari,
    sempre di immediata applicazione;
  • La previsione di una licenza speciale allo stato di 75 giorni ai
    semiliberi.

Per quanto poi riguarda i procedimenti ordinari concernenti i
detenuti, si suggerisce di valutare l’inserimento del presupposto
dell’emergenza coronavirus come elemento valutativo per tutti gli
istituti normativi riguardanti la concessione di benefici penitenziari.
Si tratterebbe ovviamente di provvedimenti destinati a coloro
che non hanno partecipato alle note rivolte e che hanno tenuto
nel corso della detenzione regolare condotta.
In assenza di automatismi e di immediata applicabilità non è
possibile fronteggiare l’emergenza così drammaticamente insorta: il
virus corre più veloce di qualunque decisione che, alle condizioni
date, è certo perverrebbe fuori tempo massimo.

L’alleggerimento della pressione del sovraffollamento potrà così
consentire una gestione meno difficoltosa e rischiosa della
detenzione.
La Lombardia versa in una situazione che non è possibile assimilare
al resto d’Italia, per la sua gravità, ma può costituire il dato
esperienziale per evitare che il morbo si propaghi al resto d’Italia.
Ultimo solo in ordine di esposizione è l’argomento relativo alla
responsabilità solidaristica che investe un settore caratterizzato da
fasce di popolazione debole per ragioni intrinseche, in ragione della
loro posizione giuridica, della quale è dovere dello Stato, in tutte le
sue articolazioni, farsi carico al fine di provvedere a quanto
necessario.
La invitiamo infine, Signor Ministro, a far visita negli istituti
penitenziari dei Distretti di nostra competenza, colpiti e non dalla
rivolta, onde verificare di persona la situazione che noi abbiamo
davanti agli occhi e constatiamo di persona tutti i giorni. Siamo
consapevoli di lavorare in uno stato di “guerra” nel quale non è
possibile ragionare per categorie ordinarie: mentre scriviamo, giunge
infatti notizia che presso gli Spedali Civili di Brescia, uno dei nosocomi più grandi d’Italia, i cadaveri sono accatastati nei corridoi e chiusi nei sacchi neri per mancanza di bare.

Restiamo a disposizione per qualsiasi interlocuzione possa essere
ritenuta necessaria.

Milano-Brescia,

15.3.2020 ore 15.30

Il Presidente Il Presidente del Tribunale di Sorveglianza del Tribunale di Sorveglianza di Brescia e di Milano

Monica Lazzaroni – Giovanna Di Rosa